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Mappe naziste rivelano l’accesso al mondo sotterraneo di Agarthi?

La storia “segreta” insegna come Adolf Hitler fosse ossessionato dall’esoterismo e dal mito di antiche civiltà tecnologicamente evolute e nascoste in qualche parte della terra, tanto che inviò alcuni agenti e archeologi alla ricerca del mondo di Agarthi, luogo in cui secondo Hitler, ebbe origine la razza ariana.

Circondato da persone dedite all’occultismo e a pratiche esoteriche (nonchè si dice possessore del libro nero) che lo persuasero a ricercare negli antichi reperti l’occulto potere necessario per la conquista del mondo.Dietro suggerimento dell’occultista Krohn scelse la svastica come emblema del partito, invertendo la direzione delle braccia e trasformandola in un simbolo negativo.

Conquistata l’Austria s’impadronì della lancia che aveva trafitto il costato di Cristo custodita a Vienna e la nascose in un posto segreto a Norimberga.Jacques Bergier, nel suo libro “Il Mattino dei Maghi”, sostiene che Hitler ordinò molte spedizioni alla ricerca dell’Agarthi e del Santo Graal.

Si dice che fosse un potente mago, un invasato, un praticante dell’occulto; si racconta perfino che fosse in contatto con extraterrestri, perché affermò di aver visto la nuova razza; una razza potente di cui lui stesso ebbe paura, e perché Dietrich Eckardt, poeta e giornalista, educatore spirituale dello statista, affermò che aveva fornito al capo nazista i mezzi per comunicare con “loro”. Quale oscuro significato si cela dietro alla parola “loro”? …

Gli Scandinavi tramandano un racconto su “Ultima Thule”, la meravigliosa terra nell’estremo Nord, dove il sole mai tramonta e dove abitano gli antenati della razza Ariana. Iperborea si trovava nel Mare del Nord e si immerse durante un’era glaciale. Si presume che gli Iperborei vennero dal sistema solare di Aldebaran che è la stella principale della costellazione del Toro, e che tale popolazione avesse una statura di circa quattro metri, che fossero bianchi, biondi e con occhi azzurri. Essi non conoscevano guerre ed erano vegetariani. Secondo presunti testi di Thule essi furono tecnologicamente molto avanzati e volavano sulle apparecchiature Vril, macchine volanti che oggi chiamiamo UFO.

Questi dischi volanti erano in grado di levitare, di raggiungere velocità estreme e di compiere manovre che si vedono compiere oggi agli UFO, prestazioni ottenute per mezzo di due campi magnetici contrari e rotanti. Essi usavano il cosi detto potere Vril come energia potenziale o carburante (Vril = etere, Od, Prana, Chi, Ki, forza cosmica, Orgone, ma anche dall’accademico “vri-IL” ovvero “simile alla più alta divinità – simile a dio) e prendevano energia dal campo magnetico della Terra.

Sembra che proprio Hitler desiderasse in modo speciale scoprire le entrate al mondo sotterraneo di Agartha ed entrare in contatto con i discendenti degli Ariani, il popolo di Dio proveniente da Aldebaran-Iperborea.

Nei miti e nelle tradizioni del mondo sotterraneo si dice spesso che la superficie del mondo deve ancora soffrire una terribile guerra mondiale che sarebbe terminata con terremoti, ed altri disastri naturali, con lo spostamenti dei poli e la morte di più di due terzi dell’umanità. Dopo questa “ultima guerra” le diverse razze della Terra Interna si sarebbero riunite con i sopravvissuti sulla superficie ed il millennio dell’Età dell’Oro, l’Età dell’Acquario, sarebbe sorta.

Hitler voleva costruire un’Agartha “esterna” con gli Ariani come razza madre, e la Germania avrebbe dovuto essere la sua patria. Durante l’esistenza del Terzo Reich due grandi spedizioni furono inviate dalle SS in Himalaya per trovare quegli ingressi. Ulteriori spedizioni li cercarono sulle Ande, nelle montagne del Mato Grosso nel Nord e le montagne di Santa Catarina nel Sud del Brasile, in Cecoslovacchia e in alcune zone dell’Inghilterra.Ma sembra che i tedeschi nazisti trovarono finalmente l’accesso a questo mondo in Antartico e nelle vicinanze vi installarono la famosa base 211. Si crede che i Tedeschi fossero entrati in contatto con una razza aliena del mondo sotterraneo la quale avrebbe loro fornito la tecnologia per sviluppare nuovi “velivoli” a propulsione elettromagnetica.

La BASE 211

Il segreto della base in Antartico, la sua origine (Cronistoria) e la tecnologia a propulsione elettromagnetica.

Prima della Seconda Guerra Mondiale, i Tedeschi pretesero l’egemonia su alcune zone dell’Antartico ed il desiderio di realizzare in questi territori una propria base crebbe in modo sempre più incalzante. Se i Tedeschi furono in grado di costruire una base sotterranea Antartica sui risultati della spedizione di Ritscher, si tratterebbe di uno dei segreti più occultati nella storia moderna.

Le sorprendenti informazioni fornite dalla spedizione del 1938 avrebbero potuto effettivamente essere le basi per la realizzazione del manifestato progetto Tedesco di fare dell’Antartico un baluardo della potenza Nazista.

Tenteremo di ricostruire una successione cronologica degli eventi e delle loro conclusioni, per quanto sono oggi a nostra conoscenza. Tutto ciò conduce alla costituzione della Base Antartica 211 alla fine della guerra, per mezzo dei sottomarini Tedeschi e dei mezzi volanti a propulsione anti-gravitazionale, e al fallito tentativo di distruggerla da parte della Marina degli Stati Uniti nel 1947.

1936: Valutazione, nell’estate del 1936, della propulsione anti-gravitazionale di un primo disco volante pienamente funzionale. Un’ipotesi alternativa indica il possibile sviluppo di tale propulsione dagli esperimenti sull’anti-gravità di Viktor Schauberger.

1938: Primo volo senza equipaggio con la nuova propulsione.Il progetto era destinato alla costruzione di caccia e trasportatori di truppe a propulsione antigravitazionale. Il progetto viene chiamato “Hanebu” o “Vril”. Nei primi anni il progetto subisce molte battute d’arresto a causa dei massici disturbi elettromagnetici e la loro interazione con i componenti elettrici convenzionali. Sebbene questo tipo di propulsione possa essere utilizzato in modo primario sembra quasi impossibile guidare questi prototipi in angoli minori di 90°, rendendoli inadatti come caccia. Inoltre i normali sistemi di navigazione relativi ai campi magnetici erano completamente inutili e fu progettata una strumentazione di navigazione speciale, indipendente dai campi magnetici, i sistemi di guida celeste “”Meisterkompass” e “Peiltochterkompass”.

1940: Ulteriori spedizioni segrete Tedesche dopo la Neuschwabenland del 1938. Come punti di sbarco potrebbero essere stati usate due delle tre baie di sbarco già documentate dalla spedizione di Ritscher.

1942/1943: Inizio della costruzione della Base Antartica 211. Contemporaneamente viene costruita una seconda base segreta su un altopiano Andino del Sud America, forse in Argentina.

1942/1945: Materiale necessario per la costruzione delle basi segrete viene continuamente trasportato per mezzo di sottomarini. I comandanti dei sottomarini Tedeschi hanno grande esperienza di acque artiche a causa della necessità di trasferire materiale e persone alle basi Artiche Tedesche e alle stazioni di ricerca civile. Almeno 20 operazioni artiche documentate di sottomarini hanno avuto luogo fino al 1945.

Estate del 1944: La serie “Hanebu” lascia lo stadio di prototipo e sono costruiti da 19 a 25 navi in 2 o forse 3 dimensioni. Hanebu I è una piccola nave, Hanebu II è un modello più grande. Alcuni rapporti accennano anche ad un Hanebu III, progettato per essere una nave madre. Ciò nonostante le capacità di trasporto sono ancora molto limitate, a causa del piccolo diametro dei dischi. Inoltre la produzione dei questi velivoli diviene sempre più difficile perché gli Alleati riescono a ridurre sempre più i materiali di costruzione necessari.

Inverno 1944/45: L’enorme pressione esercitata dagli Alleati forza i Tedeschi ad abbandonare i grandi progetti di strutture sotterranee nella Germania Orientale. Gli stessi Alleati sembrano ben informati sull’esistenza di queste strutture e sono del tutto intenzionati ad espugnarle. I Tedeschi fuggono da queste strutture e viene lasciato molto materiale riguardante il progetto Hanebu. Il tentativo di ricostituire le zone di costruzione nella Germania Centrale fallisce. La guerra sta per terminare.

Aprile 1945:un ultimo convoglio di sottomarini lascia i porti Tedeschi diretti in Sud America e in Antartico. Nell’ultimo convoglio vi sono anche i sottomarini U530 e U977.

Maggio 1945: Capitolazione della Germania.

17 Agosto 1945: Alcuni equipaggi di sottomarini raggiungono l’Argentina consegnando i loro sottomarini completamente vuoti. Tra questi vi sono i casi documentati dei sottomarini U530 e U977. Alti Ufficiali della Marina degli Stati Uniti si recano immediatamente in Argentina per sottoporre gli equipaggi Tedeschi a severi interrogatori. Sebbene essi rifiutarono ripetutamente di rivelare il carico trasportato e il luogo di destinazione del loro ultimo viaggio è possibile che da questi interrogatori siano emersi importanti informazioni riguardo la locazione della base segreta.

Gennaio 1947: La Marina degli Stati Uniti cerca di distruggere la Base Tedesca che non si arrende al termine della guerra. L’operazione è un disastro. La base rimane funzionante.A più di un anno dopo la resa del sommergibile U977, gli Stati Uniti lanciano la più grande operazione militare in Antartico sotto il comando dell’Ammiraglio Richard E.Byrd. L’operazione denominata “Highjump” include 13 navi, una portaerei, 2 idrovolanti e 4000 uomini. Lo scopo ufficiale è quello di testare nuovo materiale nelle condizioni estreme dell’Antartico. Ufficialmente l’operazione ha un grande successo ma c’è da chiedersi quale fosse la necessità di muovere una forza militare del genere per dei semplici test su materiali e perché Byrd fece ritorno negli Stati Uniti solo un mese dopo quando la spedizione era programmata per un periodo di 6-8 mesi.

Febbraio 1947: Al suo ritorno negli Stati Uniti, Byrd in un’intervista (spesso citata ma mai convalidata) affermò che fu “necessario per gli Stati Uniti intraprendere azioni difensive contro caccia aerei nemici che giunsero dalle regioni polari” e che in caso di un nuova guerra, gli Stati Uniti sarebbero stati attaccati da “caccia in grado di volare da un polo all’altro con incredibile velocità”. Byrd dovette affrontare un segreto contro-interrogatorio da parte delle autorità Americane. Gli Stati Uniti si ritirano dall’Antartico per quasi una decade.

Dal 1953 in poi: Avvistamenti di UFO in tutto il mondo.Dagli anni ’70 diviene sempre più ovvio che molti di questi oggetti avvistati sono, in diversi dettagli tecnici, identici alla serie Hanebu.

1957: Inizia l’Anno Internazionale Antartico con l’avvio di grandi programmi di ricerca civile. Il risultato è il Trattato Antartico nel quale tutti i partecipanti si accordano nell’evitare qualsiasi operazione militare in questa regione per i tempi futuri. Il trattato finisce all’incirca nell’anno 2000.

Alcuni autori affermano che i membri di Thule (Organizzazione occulta tedesca) credessero che, del tutto indipendentemente dai tunnels e dal sistema di città sotterranee, la Terra fosse Cava, con due grandi aperture ai poli. A rafforzare questa tesi venivano portate le leggi della Natura, il “Come sopra così Sotto”. Dato che le cellule del sangue, del corpo e dell’uovo, le comete e gli atomi, tutti hanno un nucleo ed uno spazio cavo che le circonda e che è, a sua volta, rinchiuso da un involucro, e dato che la vita effettiva ha luogo nel suo centro, si può presumere che la Terra sia costituita con gli stessi principi.

Perciò la Terra doveva anche essere cava, apparentemente in accordo con la visione dei Lama Tibetani e dello stesso Dalai Lama, ed aveva un nucleo, il sole centrale (anche chiamato “Schwarze Sonne, il Sole Nero) che dava all’interno un clima sempre temperato ed una luce solare permanente, corrispondente nel microcosmo al sole centrale della galassia nel macrocosmo.
Sostenevano che la vita effettiva del nostro pianeta ha luogo nell’interno, che le razze madri vivono all’interno ed i mutanti sulla superficie. Secondo questo principio il motivo per cui non si trovano abitanti all’esterno degli altri pianeti del nostro sistema solare sarebbe spiegato dall’esistenza della vita e di civiltà all’interno di essi.

Come detto le entrate principali dovrebbero essere ai poli Nord e Sud, aperture attraverso le quali risplende il sole centrale producendo le aurore boreali. Nell’interno la massa terrestre dovrebbe essere superiore alla massa d’acqua. Gli esploratori polari Olaf Jansen ed altri dissero che l’acqua nell’interno è dolce, cosa che potrebbe spiegare perché il ghiaccio dell’Artico e dell’Antartico è composto di acqua dolce e non di acqua salata. E’ interessante notare che questa visione della costituzione del mondo è condivisa e supportata dagli esploratori polari Cook, Peary, Amundsen, Nansen e Kane e, ultimo ma non ultimo, l’Ammiraglio E. Byrd. Tutti ebbero la stesse, strane esperienze che contraddicevano la teoria scientifica.

Tutti hanno confermato che dopo i 76 gradi di latitudine i venti diventano più caldi, che gli uccelli volano a nord oltre il ghiaccio, che anche gli animali come le volpi si muovono verso nord, che trovarono neve colorata e grigia che quando disciolta depositava pollini colorati o cenere vulcanica. La domanda che sorge è: da dove vengono pollini di fiori o cenere vulcanica vicino al Polo Nord, dato che nessun prato fiorito ne un singolo vulcano sono segnati su qualsiasi accessibile mappa?Inoltre alcuni degli esploratori si ritrovarono in acqua dolce, e tutti dicono che ad un certo punto del loro viaggio videro due soli. Furono trovati negli iceberg dei mammuth la cui carne era ancora fresca e il cui stomaco conteneva erba verde.

Finora la teoria della “Terra Cava”, per il pubblico, è rimasta solo una teoria, sebbene alcuni autori ed esploratori come l’Ammiraglio E. Byrd dichiarino di aver visitato misteriosi territori interni e osservato strani oggetti volanti non identificati,scattando numerose fotografie. Non può essere negato che tutti gli esploratori Artici hanno avuto esperienze straordinarie che finora non possono essere spiegate, e che mettono in evidenza che qualcosa di strano sia effettivamente accaduto. Ma la teoria che la Terra ha un cuore fuso e incandescente è ugualmente rimasta solo una teoria.

Rimane il fatto che i tunnel sotterranei costruiti dall’uomo e i sistemi di caverne esistono, possono essere trovati in quasi ogni paese del mondo ed elementi come la sorgente di luce naturale che illumina i tunnels (un chiarore verdastro che diventa più brillante più ci si addentra nei tunnels), le pareti intagliate artificialmente sono testimonianze di una cultura tecnologicamente avanzata esistita milioni di anni fa.

La ricerca di Agartha e Shambala

La misteriosa leggenda del regno sotterraneo di Agartha (o Agarthi) e della sua città capitale Shambala sono un mito basato su tradizioni strutturate in varie religioni e, nello specifico, tipiche del Tibet. Si tratta di uno dei più interessanti casi mitologici che ha la sua origine in un romanzo di fantascienza del XIX sec.: “The Power qf thè coming race” (“La razza ventura”) di Lord Edward Bulwer – Lytton, membro della Golden Dawn di Londra, una società magica di matrice rosacrociana che tentava di sviluppare nell’uomo poteri e forze spirituali.

L’autore immagina che una super razza da tempo scomparsa, i Vril-Ya, emergano dal regno sotterraneo attraverso uno dei varchi che lo collegano alla superficie, per ripristinare il loro potere anche sulla Terra. I Vril-Ya, in qualità di esseri superiori, hanno il controllo di una forza occulta cosmica denominata Vril il cui potere assoluto, derivato da un’enorme campo di energia che circonderebbe ogni oggetto ed essere vivente, avrebbe portato il popolo sotterraneo alla supremazia sulla Terra.

La forza cosmica Vril permetterebbe anche agli esseri umani di divenire partecipi di un potere naturale che, se ben utilizzato, potrebbe risultare la più potente arma mai utilizzata. La scoperta, da parte di Madame Blavatsky, di un misterioso fluido elettrospirituale, molto simile al Vril, dovette suscitare molto scalpore nei circoli esoterici che si interessavano dell’energia occulta.

Inoltre, la stessa fondatrice della Teosofia descrisse visioni di guerre combattute da razze che facevano uso di poteri simili al Vril, ma nel suo caso, gli abitanti del Regno sotterraneo di Agartha sono entità benefiche, gli ultimi superstiti della grande razza ariana.

Alla ricerca della mitica Shambala, si pensò di nuovo grazie all’apporto di Ferdinand A. Ossendowski, un ingegnere russo, membro di una confraternita iniziatica, che vedeva nella rivoluzione la congiura ” vittoriosa delle forze delle tenebre; nel suo libro “Bestie, Uomini e Dèi”, pubblicato a Parigi nel 1924, descriveva una sua esplorazione delle remote lande tibetane alla ricerca di una fortezza spirituale, dove trovare la potenza magica necessaria a vincere le forze del male.

L’autore fu criticato dall’esploratore Sven Hedin, che si recò più volte per conto delle SS a cercare la città perduta, per una presunta inattendibile descrizione di alcuni itinerari e plagio di una parte dell’opera di Saint-Yves d’Alveydre. Ossendowski raccontava il suo incontro con i saggi iniziati di Agarthi, la città sotterranea dove il Re del Mondo guida i destini dell’uomo, conoscendone i pensieri ed indirizzandoli al bene. La città-regno sarebbe abitata da un popolo eletto, formato dai discendenti di Mu e Atlantide. La luce miracolosa che illumina Agarthi donerebbe loro la vita eterna ed essi avrebbero a loro disposizione l’immensa biblioteca della città che raccoglierebbe tutto lo scibile delle razze preumane.

Il testo di Ossendowski non avrebbe avuto tanto seguito se non se ne fosse occupato Rene Guenon, che nel suo libro “Il Re del Mondo” si sforzò di ritrovare le miriadi di tradizioni religiose che confermano o seguono le descrizioni di Ossendowski. Esaminando le tradizioni letterarie di Agarthi o Agartha, Guenon cita con disfavore Louis Jacolliot (1837-1890), console di Francia a Calcutta, che diede alle stampe vari testi con il medesimo tema: le civilizzazioni moderne provengono da un nucleo iniziale ariano da cui i semiti si sono staccati e degenerati. Il Vril, la potenza energetica, permetterebbe di ritornare alla razza pura, bloccando il ciclo delle rinascite karmiche.

Guenon definisce Jacolliot scrittore “(…) di scarsa serietà, alla cui autorità non si può certo fare riferimento” ma ritrova Agartha nel testo “Mission de l’Inde” dell’occultista Saint-Yves d’Alveydre, citandolo con attenzione e dando un giudizio positivo. Guenon trova nel sottofondo iniziatico delle grandi religioni molte caratteristiche di Agarthi, per esempio il segno swastika (simbolo della città sotterranea) viene utilizzato nelle culture religiose orientali e nell’universo iniziatico occidentale, dall’ermetismo cristiano ai Templari e alla Massoneria, e vede nel simbolo un significato di rotazione intorno ad un polo fisso, da cui si genera il movimento universale.

Altro aspetto interessante è la luce misteriosa che illumina Agarthi, paragonata alla luce della Shekinah che appariva tra gli angeli raffigurati sull’Arca dell’Alleanza. Grazie all’opera della Blavatsky, di Guenon e di filosofi come l’italiano Julius Evola, il nucleo guida del nazismo si interessò di Agartha, e mandò in Asia Centrale e in Tibet un gruppo di specialisti, tra cui l’antropologo Ernst Schaefer, alla ricerca del misterioso varco di entrata al regno sotterraneo.

Queste spedizioni ci dimostrano come l’interesse di Hitler per Agarthi era derivato da due fattori: uno riguardava la razza superiore che si era mantenuta pura e che era dotata di poteri particolari e sapienza antico-germanica. Il secondo fattore era la misteriosa energia di cui essi fanno uso, il vril, che seguendo l’ideologiavolkischpossiamo identificare come una sorta di forza cosmica che pervaderebbe l’universo e che sarebbe fruibile solo da uomini e donne la cui razza purificata dalla commistione con razze inferiori, può raggiungere l’unione mistica con il vril.

Esattamente come nel caso di Sherlock Holmes la leggenda di Agartha, diffusa da un romanzo, stimolò l’immaginazione di più di una generazione a tal punto da entrare a far parte del mondo reale nell’immaginario collettivo, un interessante fenomeno sociologico che ebbe come conseguenza le missioni delle SS Ahnenerbenegli anni ’30 alla ricerca dei misteriosi varchi attraverso cui raggiungere il regno sotterraneo.

Nessuna di queste, dai resoconti d’archivio ufficiali, trovò mai il regno sotterraneo. Non molto tempo fa è venuta alla luce una nuova presunta mappa del Terzo Reich, in cui vi sono descritti e illustrati i dettagli dei passaggi diretti utilizzati dai sottomarini tedeschi per accedere a siti sotterranei misteriosi, così come una mappa completa di entrambi gli emisferi che include il regno di Agharta!

Rodney Cluff infatti ha pubblicato sul suo sito web una copia di una lettera (traduzione in inglese qui) che avrebbe ricevuto da Karl Unger, che era a bordo della U-boat 209 (comandato da Heinrich Brodda) dove ha detto di aver raggiunto l’interno della terra, da dove pensava di non fare più ritorno…

Le istruzioni Naziste per discendere nel Regno di Agarthi.
QUI la traduzione in inglese

Se tutto questo sembra incredibile, confrontate voi stessi la mappa del Terzo Reich con quella qui sotto, realizzata dal famoso cartografo ed artista Heinrich C. Berann per la National Geographic Society nel 1966.

Si osserva chiaramente che l’Antartide possiede zone intagliate sulla sua superficie, dove non vi è ghiaccio.

Mappa realizzata da Heinrich C. Berannper la National GeographicSociety nel 1966.

Il dettaglio interessante è la presenza di questi passaggi subacquei che coprono quasi tutto il continente e sembrano convergere nel luogo esatto che viene identificato come il passaggio e l’apertura verso la Terra Cava.

Mappa Nazista che mostra l’accesso a caverne sotterranee.

Tuttavia non si ha certezza che questa mappa sia originale , in ogni caso solleva molti interrogativi circa le attività tedesche in Antartico e il loro misterioso fine. Dalle notizie rese disponibili ultimamente agli studiosi occidentali dopo la declassificazione dei documenti di guerra emerge un aspetto intrigante sulla cui autenticità non vi sono dubbi: nel bunker di Berlino furono trovati i corpi di alcuni monaci tibetani. Si tratta di un legame spirituale e ideologico con il regno di Agartha a cui l’élite occulta del III Reich non rinunciò mai, perfino nel momento del sacrificio finale.

Fonte: evidenzaliena.altervista.org

Si può leggere anche:

Richard Evelyn Byrd

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Perché in realta la vita non esiste

Malgrado secoli di discussioni, esperimenti, riflessioni e progressi scientifici, nessuna delle definizioni di “vita” proposte finora riesce a discriminare in modo netto e soddisfacente fra ciò che chiamiamo animato e ciò che consideriamo inanimato. Forse perché il vero elemento comune delle cose che definiamo vive non è una loro proprietà intrinseca, ma la nostra percezione di esse.

Sono sempre stato affascinato dalle cose viventi. Da bambino catturavo api per vederne da vicino gli occhi di ossidiana e la bionda peluria, scovavo crostacei e artropodi sulla spiaggia spiando le bolle nella sabbia e ho un ricordo tuttora molto vivido di una gita in un boschetto di eucalipti dove migliaia di farfalle monarca si erano fermate a riposare. Mentre mio fratello era fissato con le costruzioni del meccano, con cui realizzava complicati marchingegni, io volevo capire come funzionava il nostro gatto. 

Come vedeva il mondo? Perché faceva le fusa? Di cosa sono fatti pelliccia, artigli e baffi? Non è un caso che mi guadagni da vivere scrivendo di natura e di scienza …
“L’Aurora” di S. Dalì

Recentemente, però, ho avuto un’epifania che mi ha costretto a ripensare perché amo così tanto le cose viventi e a riesaminare che cos’è davvero la vita. Le persone che hanno studiato la vita hanno sempre lottato per definirla. Ancora oggi non ne esiste una definizione soddisfacente o universalmente accettata. Mentre riflettevo su questo, mi sono ricordato della passione di mio fratello per il meccano e della mia curiosità per il gatto.

Perché pensiamo al primo come inanimato e al secondo come vivo? In ultima analisi, non sono entrambi macchine? Certo, un gatto è una macchina incredibilmente complessa capace di comportamenti incredibili che un insieme pezzi del meccano non potrebbe mai imitare. Ma a un livello più fondamentale, qual è la differenza tra una macchina inanimata e una vivente? Persone, gatti, piante e altre creature appartengono a una categoria, e meccano, computer, stelle e rocce a un’altra? La mia conclusione è “no”.
In realtà, ho deciso, la vita non esiste.

Lasciatemi spiegare. I tentativi di definire con precisione la vita risalgono almeno ai filosofi greci. Aristotele credeva che, a differenza di quelle inanimate, tutte le cose viventi avessero tre tipi di anima: vegetativa, animale e razionale, quest’ultima esclusiva degli esseri umani. Galeno propose un sistema simile basato sugli organi, con “spiriti vitali” nei polmoni, nel sangue e nel sistema nervoso. Nel XVII secolo, il chimico tedesco George Erns Stahl e altri iniziarono a definire una dottrina che divenne poi nota come vitalismo.

I vitalisti sostenevano che “gli organismi viventi sono fondamentalmente diversi dalle entità non viventi perché contengono elementi non fisici o sono governati da principi diversi”, e che la materia organica (molecole che contengono carbonio e idrogeno e sono state prodotte da esseri viventi) non poteva derivare dalla materia inorganica (molecole prive di carbonio derivate soprattutto da processi geologici). Esperimenti successivi hanno rivelato che il vitalismo è completamente falso: l’inorganico può essere convertito in organico sia all’interno che all’esterno di un laboratorio.

Altri scienziati hanno cercato invece di identificare un insieme specifico di proprietà fisiche che differenziano la vita dal non vivente. Oggi, al posto di una definizione succinta della vita, molti testi di biologia includono un elenco piuttosto ampio di queste proprietà. Per esempio: ordine (molti organismi sono costituiti da una singola cellula con diversi scomparti e organelli o da gruppi altamente strutturati di cellule); crescita e sviluppo (cambiano dimensione e forma in modo prevedibile); omeostasi (mantengono un ambiente interno diverso da quello esterno, regolando per esempio i livelli di pH e concentrazione salina); metabolismo (spendono energia per crescere e per ritardare il decadimento), reazione a stimoli (cambiano comportamento in risposta a luce, temperatura, sostanze chimiche o altri aspetti dell’ambiente); riproduzione (clonazione o accoppiamento per la produzione di nuovi organismi e trasferimento di informazioni genetiche da una generazione alla successiva), ed evoluzione (la composizione genetica di una popolazione cambia nel tempo).

E’ fin troppo facile smontare la logica di questi elenchi. Nessuno è mai riuscito a compilare una lista di proprietà fisiche che comprenda tutte le cose viventi ed escluda tutto ciò che etichettiamo inanimato: ci sono sempre delle eccezioni. Quasi nessuno considera vivi i cristalli, per esempio, eppure sono altamente organizzati e crescono. Anche il fuoco consuma energia e diventa più grande, ma non è vivo. Al contrario, i batteri, i tardigradi e anche alcuni crostacei possono passare lunghi periodi di inattività durante i quali non crescono, non metabolizzano, non si modificano in alcun modo, ma non sono tecnicamente morti.

Come possiamo classificare una singola foglia caduta da un albero? La maggior parte delle persone concorderebbe che una foglia è viva se è collegata a un albero: le sue cellule lavorano instancabilmente per trasformare la luce solare, l’anidride carbonica e l’acqua in alimento. Ma quando si stacca da un albero, le sue cellule non cessano immediatamente le loro attività. Muore quando cade, quando tocca terra oppure quando alla fine sono morte tutte le sue singole cellule? Se si stacca una foglia da una pianta e se ne alimentano le cellule in laboratorio, si tratta di vita?

Rispondere all’ambiente non è una capacità limitata agli organismi viventi: abbiamo progettato innumerevoli macchine che lo fanno. Nemmeno la riproduzione definisce un essere vivente: molti singoli animali non possono da soli: due gatti insieme sono vivi perché possono generare nuovi gatti, ma uno da solo non è vivo perché non può propagare i suoi geni? Per non parlare di Turritopsis nutricula, la medusa immortale, che può alternare a tempo indeterminato la sua forma adulta e la sua fase giovanile. Questa tremolante gelatina non si riproduce, né si clona o invecchia in modi conseuti, ma chiunque sarebbe d’accordo nel considerarla viva. E l’evoluzione? Memorizzare le informazioni in molecole come DNA e RNA, trasmettere queste informazioni alla prole e adattarsi a un ambiente che cambia alterando l’informazione genetica sono certamente capacità uniche degli esseri viventi, per cui molti biologi si sono concentrati sull’evoluzione come caratteristica distintiva fondamentale della vita. Agli inizi degli anni novanta, Gerald Joyce dello Scripps Research Institute era consulente del programma di esobiologia della NASA. Durante le discussioni sul modo migliore per trovare la vita su altri mondi, Joyce e colleghi relatori a una definizione operativa della vita ampiamente citata: un sistema in grado di autosostentarsi capace di evoluzione darwiniana.

E’ chiara, concisa e completa. Ma funziona?

Applichiamola ai virus, che hanno complicato più di ogni altra entità la ricerca di una definizione di vita. I virus sono essenzialmente filamenti di DNA o RNA impacchettati in un involucro proteico: non hanno cellule o un metabolismo, ma hanno i geni e possono evolvere. Joyce spiega che per essere un “sistema in grado di autosostentarsi”, un organismo deve contenere tutte le informazioni necessarie per riprodursi ed essere sottoposto all’evoluzione darwiniana. A causa di questo vincolo, i virus non soddisfano la definizione: per fare copie di se stesso un virus deve invadere e conquistare una cellula.

La definizione di lavoro della NASA non è in grado di affrontare l’ambiguità dei virus meglio delle altre definizioni proposte. Un verme parassita che vive nell’intestino di una persona ha tutte le informazioni genetiche necessarie per riprodursi, ma non sarebbe mai capace di farlo senza le cellule e le molecole dell’intestino da cui ruba l’energia per sopravvivere. Allo stesso modo, un virus ha le informazioni genetiche necessarie per replicarsi, ma non ha tutto il macchinario cellulare necessario. Affermare che la situazione del verme è categoricamente diversa da quella del virus è un argomento debole. Sia il verme che il virus si riproducono e si evolvono solo “nel contesto” dei loro ospiti. Quindi, se usiamo la definizione della NASA per scacciare i virus dal regno della vita, dobbiamo escludere anche tutti i tipi di parassiti più grandi, che includono cui vermi, funghi e piante.

Definire la vita come un sistema in grado di autosostentarsi capace di evoluzione darwiniana ci costringe anche ad ammettere che alcuni programmi per computer sono vivi. Gli algoritmi genetici, per esempio, imitano la selezione naturale per arrivare alla soluzione ottimale di un problema: sono matrici di bit che codificano tratti, evolvono, competono tra loro per riprodursi e si scambiano anche informazioni. Un altro colpo devastante alla definizione della NASA è arrivato proprio dal laboratorio di Joyce, che, come molti altri scienziati, propende per un’origine della storia della vita conosciuta come “ipotesi del mondo a RNA”, secondo la quale i primi organismi del pianeta si sarebbero basati unicamente sull’RNA, senza l’aiuto del DNA o di un gruppo di proteine enzimatiche.

Per verificare l’ipotesi, Joyce e altri ricercatori hanno tentato di creare i ribozimi autoreplicanti che avrebbero potuto esistere nella zuppa primordiale da cui emerse la vita sulla Terra. Insieme a Tracey Lincoln, a metà degli anni duemila Joyce ha prodotto in laboratorio migliaia di miliardi di sequenze casuali di RNA simile ai primi RNA che possono aver gareggiato fra loro miliardi di anni fa, e isolato le sequenze che, per caso, erano capaci di incollare altri due pezzi di RNA. Affiancando queste sequenze, alla fine hanno prodotto alla fine due ribozimi che potevano replicarsi a vicenda all’infinito, almeno finché vi erano nucleotidi a sufficienza. Non solo queste molecole di RNA nudo si riproducono, ma possono anche mutare ed evolvere. I ribozimi avevano alterato piccoli segmenti del loro codice genetico per adattarsi alle condizioni ambientali mutevoli, per esempio.

“Rispondono alla definizione operativa di vita”, dice Joyce. “E’ un’ evoluzione darwiniana in grado di autosostentarsi.” Ma esita a dire che i ribozimi sono davvero vivi. Vorrebbe vedere la sua creazione sviluppare un comportamento completamente nuovo, e non solo modificare qualcosa può già fare. “Ciò che penso che manchi, è che ha bisogno di inventiva, ha bisogno di trovare nuove soluzioni.” Perché definire la vita è così frustrante e difficile? Perché scienziati e filosofi hanno fallito per secoli nel trovare una proprietà fisica specifica o un insieme di proprietà che separi nettamente i vivi dagli inanimati? Perché una proprietà simile non esiste. La vita è un concetto che abbiamo inventato. Al livello più fondamentale, tutta la materia esistente è una disposizione degli atomi e delle particelle che li costituiscono. Queste disposizioni ricadono in un immenso spettro di complessità, da un singolo atomo di idrogeno a una cosa intricata come il cervello umano.

Nel tentativo di definire la vita, abbiamo tracciato una linea a un livello arbitrario di complessità e dichiarato che tutto ciò che è al di sopra di quel confine è vivo, e tutto ciò che è al di sotto non lo è. Ma questa suddivisione non esiste al di fuori della mente. Non esiste una soglia passata la quale un insieme di atomi diventa improvvisamente vivo, non c’è alcuna distinzione categorica tra i viventi e inanimati, nessuna scintilla frankensteiniana.

Non siamo riusciti a definire la vita, in primo luogo perché non c’è mai stato nulla da definire.

Ho spiegato nervosamente al telefono queste idee a Joyce, aspettandomi che avrebbe detto che erano assurde. Invece ha detto che la tesi che la vita sia solo un concetto è “perfetta”. Concorda che la missione di definire la vita è, in qualche modo, inutile. La definizione operativa era solo una comodità linguistica: “Stavamo cercando di aiutare la NASA a trovare vita extraterrestre”, dice. “Non potevamo usare la parola ‘vita’ in ogni punto e non definirla.”

Anche Carol Cleland, una filosofa dell’Università del Colorado a Boulder che ha trascorso anni a studiare i tentativi di delineare la vita, ritiene che l’impulso di definire con precisione la vita sia sbagliato, ma non è ancora pronta a negare la realtà fisica della vita. “Concludere che non vi è alcuna natura intrinseca della vita è altrettanto prematuro che definirla”, dice. “Penso che l’atteggiamento migliore sia trattare come criteri sperimentali quelli che sono normalmente considerati criteri definitori della vita.”

Ciò di cui abbiamo veramente bisogno, ha scritto la Cleland, è “una teoria della vita ben dimostrata e adeguatamente generale”. E fa un’analogia con i chimici nel XVI secolo: prima di capire che aria, sporcizia, acidi e tutte le sostanze chimiche sono fatte di molecole, non riuscivano a definire l’acqua. Ne elencarono le proprietà – è umida, trasparente, insapore, congelabile e può sciogliere molte altre sostanze – ma non è stato impossibile caratterizzarla con precisione finché non si è scoperto che è formata da due atomi di idrogeno legati a un atomo di ossigeno. Ma per avere l’equivalente della teoria molecolare per la vita, dice la Cleland, sarà necessario un campione più ampio. Sostiene che, finora, abbiamo solo l’esempio della vita sulla Terra fondata su DNA e RNA. Immaginate di provare a creare una teoria sui mammiferi osservando solo zebre. Questa è la situazione in cui ci troviamo quando cerchiamo di identificare ciò che rende vita la vita, conclude la Cleland.

Non sono d’accordo. La scoperta di vita aliena su altri pianeti amplierebbe indubbiamente la nostra comprensione di come funzionano le cose che chiamiamo organismi viventi e di come si sono evoluti, ma non potrebbe aiutarci a formulare una nuova, rivoluzionaria teoria della vita. I chimici del XVI secolo non riuscivano a trovare ciò che distingue l’acqua da altre sostanze perché non ne conoscevano la natura fondamentale: non sapevano che ogni sostanza è fatta di una specifica disposizione molecolare. Al contrario, oggi sappiamo esattamente di che cosa sono fatte le creature del nostro pianeta: cellule, proteine, DNA e RNA.

Ciò che differenzia le molecole di acqua e le rocce dai gatti e dalle persone non è la “vita”, ma la complessità. Abbiamo già conoscenze sufficienti a spiegare perché quelli che abbiamo chiamato organismi viventi possono fare, in generale, cose che la maggior parte di ciò che chiamiamo inanimato non può senza proclamare che la vita è questo e la non-vita quello e che le due cose nion si incrociano mai. Riconoscere che la vita è un concetto non deruba del suo splendore ciò che noi chiamiamo vita. Non è che non ci siano differenze sostanziali tra esseri viventi e oggetti inanimati; piuttosto, non troveremo mai una linea di demarcazione netta tra i due perché i concetti di vita e non-vita come categorie distinte sono proprio questo: concetti, non realtà. Penso che ciò che accomuna veramente le cose che definiamo vive non è una loro proprietà intrinseca, ma la nostra percezione di esse, il nostro amore per loro e, francamente, la nostra arroganza e il nostro narcisismo.

Prima abbiamo proclamato che tutto sulla Terra può essere suddiviso in due gruppi – gli animati e gli inanimati – e non è un segreto quale sia quello che riteniamo essere superiore. Poi abbiamo insistito a misurare tutte le altre forme di vita rispetto a noi stessi. Quanto più qualcosa è simile a noi – quanto più sembra muoversi, parlare, sentire, pensare – tanto più per noi è vivo. Anche se il particolare insieme di attributi che rende umano un essere umano non è chiaramente l’unico modo (e, in termini evolutivi, neppure il più efficace) per essere una “cosa vivente”.

(La versione integrale di questo articolo è stata pubblicata su scientificamerican.com il 2 dicembre 2013. Riproduzione autorizzata, tutti i diritti riservati)

Ferris Jabr
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Le coincidenze secondo la fisica quantistica

L’universo è pieno di misteri che sfidano le nostre conoscenze. Nella sezione ‘Ai confini della realtà: Viaggio nei misteri della Scienza’ Epoch Times raccoglie storie che riguardano questi strani fenomeni per stimolare l’immaginazione e aprire possibilità ignote. Se siano vere o no, sei tu a deciderlo.

Quando si verificano coincidenze sorprendenti, ci sembra di essere connessi con il mondo intorno a noi in modo misterioso. Ad esempio, mentre pensi a una canzone che non senti da anni, in quel preciso istante passano quella canzone alla radio. In questo caso, la tua mente sembra connessa con il mondo che ti circonda; la coincidenza si verifica tra uno stato mentale e uno stato fisico.

Le coincidenze si verificano anche tra la psiche di due persone. Ad esempio, tu e un tuo amico comprate nello stesso momento involontariamente la stessa maglia.

«I fenomeni di sincronismo sono caratterizzati da una coincidenza significativa che si verifica tra uno stato mentale (soggettivo) e un evento del mondo esterno (oggettivo)», spiegano il dottorando Francois Martin, del Laboratorio di fisica teoretica dell’Università di Parigi e Federico Carminati, dottorando in Fisica dell’Organizzazione Europea per la Ricerca Nucleare (Cern), in un articolo intitolato Syncronicity, Quantum Information and the Psyche (Il sincronismo non può essere spiegato dalla fisica classica. Sincronismo, informazione quantistica e la psiche), pubblicato sul Journal of Cosmology nel 2009….

Martin e Carminati affermano che il sincronismo non può essere spiegato dalla fisica classica. Si rivolgono all’entanglement quantistico per spiegare la connessione tra la mente e la materia e tra le menti di tante persone. Utilizzano la fisica quantistica per esaminare il collegamento tra la mente cosciente e quella inconscia, e per studiare il libero arbitrio.

COME LA MENTE COSCIENTE INTERAGISCE CON L’INCONSCIO

Nella fisica quantistica, un elettrone esiste in forma di onda oscillante: non è fisso finché non viene misurato. La misurazione fa crollare la funzione ad onda.

In questo caso Martin considera la mente inconscia simile ad un elettrone. Si trova in vari stati potenziali, e la mente cosciente fa da strumento di misurazione che la blocca (almeno momentaneamente) in uno stato particolare. La mente cosciente fa crollare la funzione onda della mente inconscia.

«Il libero arbitrio ha un ruolo fondamentale nel passaggio da forma potenziale a forma reale e vice versa», scrive in un altro articolo intitolato Quantum Psyche: Quantum Field Theory of the Human Psyche (Psiche quantistica: la teoria del campo quantistico della psiche umana), pubblicato nel 2005 su NeuroQuantology.

Quindi, secondo questa teoria, un processo quantistico si verifica tra le varie parti della tua mente. Ma questo processo si estende oltre la mente di una persona, fino a eventi di sincronismo, Martin e Carminati si chiedono se la mente di un individuo sia connessa all’inconscio collettivo attraverso l’entanglement.

COME DUE O PIÙ PERSONE POTREBBERO ESSERE COLLEGATE

L’entanglement quantistico è un fenomeno per cui coppie o gruppi di particelle che sono state in contatto sembrano rimanere in contatto anche a grandi distanze. Quando si agisce su una delle particelle, si possono osservare cambiamenti corrispondenti anche nelle altre.

«L’analogia per spiegare lo stato di legame per la psiche umana è il nucleo familiare, in cui tutti i membri di una famiglia sono ‘tenuti’ insieme da interazioni costanti, siano esse interazioni emotive, finanziarie, [o] sociali che nascono dalla convivenza nella stessa abitazione», ha scritto Martin nel suo articolo del 2005. «L’analogia del collegamento tra due persone è, ad esempio, il legame continuo tra i figli che sono adulti e i loro genitori che invecchiano; in un caso del genere, non c’è più un’abitazione in comune e nessuna dipendenza finanziaria o di qualsiasi altro tipo; ma il collegamento può continuare ad esistere anche a grandi distanze di spazio e tempo. Il collegamento tra queste persone apparentemente non connesse rappresenta bene il concetto del collegamento di due o più psiche».

TRASFERIMENTO DI INFORMAZIONI QUANTISTICHE

Martin riconosce che le sue ipotesi necessitano di ulteriori ricerche; c’è ancora tanto da scoprire nel campo della fisica quantistica applicata alle particelle, figuriamoci nel campo di quella applicata alla psiche umana.

Garret Moddel, professore di ingegneria dell’Università del Colorado che ha lavorato molto con la meccanica quantistica, spiega a Epoch Times quanto possa essere facile semplificare eccessivamente l’entanglement. L’effetto «è molto sottile. Non è un effetto causale, è un effetto correlazionale. Per capire quale sia la distinzione tra le due parti ci vuole una spiegazione abbastanza paziente e dettagliata».

«Le persone tendono a pensare che entanglement quantico significhi che se io scuoto una particella potrò vedere l’effetto su un’altra particella, ma non è così», ha dichiarato.

Niente indica che un’informazione possa essere comunicata attraverso l’entanglement, o almeno, non per come noi pensiamo a ‘un’informazione’ nell’ottica della fisica classica.

Per l’informazione tradizionale, c’è un sistema binario composto da bit, che accetta solo due valori: 0 o 1. «Un bit quantico (abbreviato in qubit) può considerare nello stesso tempo i valori 0 e 1», spiegano Martin e Carminati. I qubit sono nella superposizione di entrambi gli stati nello stesso tempo.

Un primo passo avanti verso la raccolta dei dati è stato fatto nel 2008, quando gli scienziati hanno trasferito lo stato di superpotenza di un qubit a un altro.

Martin e Carminati scrivono: «Supponiamo che i sistemi mentali inizialmente proposti da Freud, come l’inconscio, il preconscio, la coscienza, siamo formati da qubit mentali. Sono serie di qubit mentali». Dicono che questi livelli di coscienza sono legati in modo quantistico.

Il legame della mente cosciente con l’inconscio collettivo (delle persone con le quali abbiamo un legame affettivo, ecc.) potrebbe spiegare le coincidenze in cui la psiche di due o più persone sembrano collegate.

Ma la mente cosciente è anche legata alla materia, dicono, spiegando così le coincidenze che vedono il mondo fisico comportarsi come uno specchio dei nostri pensieri.

«Si potrebbe vedere il sincronismo tra la sfera mentale e quella materiale come una conseguenza dell’entanglement quantistico tra mente e materia. Per noi la sfera mentale e quella materiale della realtà saranno gli aspetti, o le manifestazioni, di una realtà sottostante in cui mente e materia non sono separati».

Ritengono che l’esistenza del sincronismo rigetti il punto di vista strettamente materialistico: «La proiezione della nostra soggettività nell’ambiente in cui viviamo (cioè i fenomeni di sincronismo), secondo la meccanica quantistica, respinge l’ipotesi locale (‘ogni persona è un pezzetto di spazio-tempo’), e anche l’ipotesi realistica (‘l’oggetto ha una realtà ben definita e indipendente dal soggetto che lo osserva’)».

COMPORTAMENTO COLLETTIVO, GLOBALE


Martin e Carminati concludono con un riferimento al condensato di Bose-Einstein (Bec). L’Enciclopedia Britannica definisce il Bec come «uno stato di materia in cui atomi separati o particelle subatomiche, ad una temperatura vicina allo zero… si fondono in una singola unità quantistica».

Martin e Carminati scrivono: «Per finire, lasciateci menzionare l’effetto quantistico che può avere un’importante conseguenza nei fenomeni mentali, per esempio la consapevolezza (per la comparsa della coscienza). È il condensato di Bose-Einstein, in cui ogni particella perde la sua individualità a favore di un comportamento collettivo, globale».

Articoli in inglese: Quantum Physics Explains Coincidences?

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