Dimmi la verità!

Chiedere la verità è una pretesa certamente lecita, che si scontra però con alcune difficoltà fondamentali. Ciascuno di noi – e quindi anche i politici, i giornalisti, i magistrati… – posso avvicinarsi, con onestà, solo ad approssimazioni di “verità”.
E’ uno degli imperativi attorno ai quali abbiamo eretto la nostra società.

La chiede la mamma al bambino, la moglie al marito, il ragazzo alla spasimante in ogni situazione in cui il “vero”, per quanto temuto, costituisce (o sembra costituire) un elemento determinante per intraprendere delle scelte (punire, abbandonare, reprimere ovvero conciliare, accogliere, amare). 
“Dimmi la verità” è spesso il nodo di un bivio esistenziale, relazionale, di alta pregnanza sociale e personale.

“Dimmi la verità” è l’imperativo dello scienziato, del giudice che la chiede all’imputato e – per restare nell’attualità – dell’elettore al candidato alle elezioni: la verità sul disastro economico dell’Italia, per esempio; la verità sugli esodati, la verità sul valore dell’art. 18 e la verità sulla TAV.

La ‘verità’ scivola in terreni contigui: il giusto, il reale e l’oggettivo; sono cose assolutamente diverse da non confondere, ma fanno capire come il discorso abbia implicazioni anche etiche, oltre che operative.

Per cercare di semplificare il tema, visti lo spazio e lo scopo di questa nota, potremmo dire che il concetto di verità si può coniugare in due maniere completamente differenti:
la verità rivelata, trascendente, divina; questo tipo di verità non è sostenuta da argomenti e “prove” nel senso usuale del termine ma da fede in un assunto iniziale: l’esistenza di Dio, la sua Parola;
tutte le altre “verità” (questa volta fra virgolette) che invece necessitano di argomenti, di prove, di sostegni, e che sono sempre temporanee: esistono, e sono considerate tali, solo fino a prova contraria…

“Che cos’è una cosa 
e come facciamo a sapere 
che non è un’altra?”

Don DeLillo, Rumore bianco

Nei contesti “quotidiani” che abitiamo normalmente l’unico strumento che abbiamo per avvicinarci alla verità è il linguaggio. Lo scienziato, come il giornalista, il giudice, il politico e via via ciascuno di noi, devono dare una risposta in termini di “verità” a problemi di conoscenza, giustificazione, comprensione, decisione. Sia il problema sia la spiegazione, incluso tutto ciò che collochiamo in mezzo a questi due termini (sostanzialmente le operazioni di sostegno all’argomentazione sulla “verità” espressa), sono linguaggio.

Accadono dunque alcune cose:

se la “verità” è un orizzonte definibile e raggiungibile solo per mezzo del linguaggio, allora non la definiremo mai né la raggiungeremo. Non è possibile approdare al “vero” attraverso meccanismi linguistici ma – e questo mi sembra estremamente interessante – senza di essi non potremmo neppure porci il problema, non avrei neppure scritto questa nota. Non ci sarebbe problema se non fosse esprimibile col linguaggio, non ci sarebbe ricerca né politica senza linguaggio; semplicemente non ci sarebbe società senza di esso;
se quanto scritto sub 1 è condivisibile, allora ne consegue che tutto ciò che sappiamo è falso. Se il “vero” è un orizzonte remoto irraggiungibile, allora tutti i luoghi, diversi dal vero, sono evidentemente falsi (la figura 1 qui sotto).

Ma anche questo è falso.

Vi ho portati in un vicolo cieco perché capiate che da qui in poi qualunque cosa dica (o scriva) è privata a monte della possibilità di avvicinarsi a una qualunque verità, per quanto parziale.

Il vicolo cieco è prodotto dal dualismo Vero/Falso. Entro tale visione dualista siamo spacciati come scienziati, come giornalisti, come politici, ma anche come persone. Perché “Vero” sarebbe solo un luogo, un’idea, un punto fra gli infiniti possibili, come l’ordine rispetto al disordine nel noto colloquio di Bateson con la figlia (in Verso un’ecologia della mente), o come l’evangelica verità di cui Pilato chiede conto a Gesù (Giovanni, 18, 38). Se adottiamo invece un concetto lineare di verità, come continuum che può variare da un minimo a un massimo, o meglio un concetto areale, come spazio che contorna la verità e ci si avvicina con sufficiente utilità per i nostri scopi anche senza coincidere con un punto, allora abbiamo qualche speranza di raggiungere quel luogo, i pressi della verità (figura 2).


Modelli di “verità”

Potremmo complicarci infine la vita sostenendo che neppure questo è del tutto corretto, perché implica comunque l’esistenza di una sola verità, anche se probabilmente difficile da raggiungere; invece, spesso, le verità sono molteplici perché molteplici sono gli interlocutori, i contesti, i bisogni espressi, le argomentazioni adducibili… Il mondo quotidiano in cui abitiamo contempla la possibilità della coesistenza di molteplici verità, e che ciò dipenda da questioni ontologiche o semplicemente dalla nostra limitatezza umana, non fa poi tanta differenza. Alcuni esempi? L’aporia fra lavoro e salute di Taranto; il confronto fra diritti delle popolazioni e interessi collettivi in Val di Susa e, più in generale, le diverse visioni del mondo rappresentate da altrettante offerte politiche alle prossime elezioni (la figura 3 rappresenta questa molteplicità di mondi e di realtà).

La verità è un concetto astratto, legato alle nostre convinzioni, educazione, credenze e valori. La verità è cangiante, si adatta ai contesti e si presenta – attraverso il linguaggio – sempre in modo ambiguo e impreciso. La verità ha volti differenti a seconda degli interessi che intende rappresentare, ha logiche diverse a seconda delle ideologie alla luce delle quali si illumina. Non chiediamo quindi ai politici “la verità”, chiediamo invece loro l’onestà (o una “onesta verità”). Onestà nel dichiarare gli assunti di base, gli interessi, i valori attraverso i quali osservano il mondo, e onestà nel perseguire pragmaticamente quegli elementi di verità.
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